Carta sporca

blog di poesia impura (a cura di d.n.)
lunedì, 25 maggio 2009

Il fiore del fascismo universale (2008)

Scrissi questo ciclo poetico nell'aprile del 2008, a seguito della debacle elettorale della sinistra italiana. La scomparsa delle rappresentanze della sinistra di alternativa al modello capitalista, nel Parlamento italiano, non ci parlava solamente di una sconfitta elettorale, di partito, ma di una lunga e vasta opera di rimozione culturale, di un articolato processo di destrutturazione della nostra identità e memoria collettiva, di comunità e di repubblica, di stato di diritto.
Fu, il 2008, l'anno del mio ingresso, da neo-laureato in Lettere moderne, nel mondo del precariato e dello sfacciato sfruttamento del lavoro nero e dell'arroganza neocapitalistica italiana: di agenzia interinale in call-center, di ufficio di collocamento in sala cinematografica multiplex, fino alla catena di montaggio di una industria alimentare, dove conobbi la violenza ritmica della turnazione e dell'automatismo.
Attorno a me, il panorama sconcertante della nuova Italia, della provincetta mediocre e malsana della nera Ascoli Piceno: un ragazzo che si uccide, anche lui operaio, gettandosi sotto ad un treno. Anche lui poeta, scriveva liriche e canzoni, cantava.

Quella notte percepimmo lo sgomento del suolo, lo smottamento epocale che stava divorando la nostra dimora.
Altrove, in altro territorio, alzavano il vessillo della nostra miseria, i nostri piagati, pervertiti, eserciti di occupazione.
I fantasmi della fanciulla Italia, gli antenati dei nostri valori di popolo e di figli, se ne andavano per sempre. Tornavano nei boschi.



IL FIORE DEL FASCISMO UNIVERSALE


I.

 

Mi aggiro tra i banditi democratici,

gli abolitori dello stato di diritto.

Se spezzo la catena è solo un sogno

ridicolo, che lascia posto all’ombra.

 

La nostra storia morta è ancora questa

del grumo di catarro, terra e sangue

rappreso dove vomita la bestia

balcanica o dove il volto esangue

 

del ragazzino morto sotto al treno

sorride sventolando un lembo pesto

di carne…

 

Come somiglia questa vita a quella

già morta da decenni per violata

sovranità del nostro bene in guerra,

o al cranio tumefatto del fanciullo

che la consunta morsa della madre

nutrire può solo di mosche e terra.

 

Così il mercato dell’impero nero

tra i profughi, i suicidi e gli ammazzati

battezza con il sangue dei soldati

l’avvento del fascismo universale.

 

 


II.

 

Io sono un continente.

Chiudessi gli occhi riuscirei a intendere

persino gli argini, il bordo, gli orli.

 

E mi accompagno a questo limine

di roccia e sale, a questa

successione di frane.

 

Adesso dormo nell’insonne lava

di questa valle oscura

di vagine e calanchi.

 

 


III.

 

Le grandi imprese le lasciò ai cadaveri

e cadavere si fece liberando

la grande della sua esistenza impresa.

Dicono che il corpo rotolando

si ruppe in tanti piccoli massacri

fin quando il macchinista non intese.

Restò qualche brandello da scostare

in mezzo al prato giallo, sui binari.

Scendevano di fila gli scolari

nella campagna aperta, ad occhi chiusi.




IV.

 

Se ne vanno, la notte, silenziosi,

in lenta carovana, gli occhi al suolo,

i morti che di noi ancora sono

morti e se ne vanno silenziosi.

 

Il vento tra le foglie del castagno,

il passo tra le felci, il legno franto,

il canto delle rane nello stagno,

il pianto scivoloso del canale…

 

Scompaiono, di notte. Torneranno

come le pietre che la terra inuma?

Sapere i loro segni che consuma

la pioggia non ci basta a ricordare

che vivi ci sognarono e son morti.




V.

 

Se c’era nel bosco una croce,

tra i rami una specie di cavo,

sopra le braci spente camminavo

sciogliendo quella plastica dai piedi.

Qui lavorava il nonno e non sapevo

neppure un volto dare o quale voce…

 

Ragazzo ritornavo nei sentieri

in cui come fantasmi senza nome

restavano antenati nei misteri

del legno secolare, nell’afrore

di carne cruda al rogo, dell’alloro

bruciato nell’estate sconosciuta…

 

Se vidi l’assassinio non sapevo

neppure piangere, mangiai

quel grumo sanguinante come bacca

donatami da mano familiare.

 

[2008]
postato da davidenota alle ore 10:54 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categoria:



Commenti
#1    25 Maggio 2009 - 12:09
 
Ciclo già apparso, in precedente stesura, su "Ali" n.2, primavera 2009, in una antologia di nuova poesia civile curata da Matteo Fantuzzi.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente davidenota

#2    25 Maggio 2009 - 12:37
 
qui più Pasolini, anche nel titolo, rispetto a quello che ti dissi riguardo a Viola. Non è certo una nota di demerito, anzi. Il testo è sentito e ben scritto, e trasmette emozioni. Semmai dimostra, credo, che a volte la sostanza richiama la forma del detto, certe modalità espressive sono più affini a quella che si vuole chiamare, con qualche approssimazione, poesia civile.
un abbraccio
Giacomo
utente anonimo

#3    25 Maggio 2009 - 14:38
 
Caro Giacomo, grazie.
Più che Pasolini, qui dico la poesia politica di d'Aubigné, lettura suggerita da Roberto Roversi.
Considera anche che Il fiore del fascismo è stato composto prima della mia partenza (fuga) per Roma.
Il ciclo Viola viene quindi dopo, come ricerca esistenziale e stilistica, ed è la risposta, in rivolta, alla calcarea solidificazione del Fiore, che però credo rappresenti anche la sperimentazione della tradizione, come ad esempio nell'inversione del modulo penniano, nel testo terzo, in cui i moduli stilistici panistici vengono ribaltati, e in cui i fanciulli, nella campagna aperta, tengono gli occhi chiusi in un brivido di rigetto dal reale, sono cioè letteralmente "alienati".
In ultimo sì, credo anch'io che "la sostanza richiama la forma del detto", che il Fiore del fascismo doveva essere composto in endecasillabi e rima, e che Viola doveva sventrare rimbaldianamente il Fiore e la "rappresentazione".
Grazie per l'attenzione, sei sempre molto gentile.
Grazie davvero.
A presto,
Davide
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente davidenota

#4    10 Luglio 2009 - 11:17
 

Devo dire che sono meravigliato da Fiore del fascismo per vari motivi: 1 - il tema già difficile da cogliere: questo neocapitalismo (fascista? di più di più...)nelle sue tinte e sfumature con dignità di tinte; 2 - la bellezza dei versi ( altro che endecasillabi!) nonostante l'orrore del "detto". E proprio tale perfezione, tale armonia rende meglio la dismisura, la disarmonia del reale, dando al poeta l'autorevolezza necessaria ad ascoltarlo assorti e amarlo. Sapienza di un Davide Nota che non si compiace di sé, non si aliena nel narcisismo amorale dell'intellettuale (atteggiamento così diffuso oggi), ma sta a una funzione civile che non può non avere ( soprattutto in questo momento storico!) e quindi sta dentro il reale, lo tratta sfidandolo ma con il rispetto dovuto: e in questo rispetto delle cose e delle proporzioni, quindi della realtà modificabile forse solo con una risposta degna quale la tradizione di una poesia che ancora si interroga sulle proprie forme (civiltà e bellezza del verso come unica strada)... in questo rispetto delle cose e delle funzioni, dicevo, solo in questa attenzone il poeta dimostra la propria umanità, e ci dà una visione di possibile umanità. Che non sta solo nel dire in poesia ma sta nel parlare sensibilmente e con intellgenza ( questa è l'umanità che vogliamo!) quindi non può non essere grave, proporzionato alle cose. Possimao dunque seguirlo, diventare o confermarci umani, quindi sensibili e intelligenti ( e di più, di più...portatori di visioni, percezioni e sogni individuali e collettivi), e addirittura poeti. L'Uomo è possibile, la poesia anche, ma abbiamo bisogno di comprendere il contesto storico, non alienarci né svolazzare ingenui, descrivere e battere e battere in versi anche l'orrore. Nel Fiore Davide Nota è riuscito a non essere decadente, non ha abbracciato il Potere. La sua distanza è precisa, la sua funzione di poeta è delineata, pure senza il minimo vezzo è la poesia.
Se ho compreso Davide Nota è perché sono un umano e un poeta molto vicino a lui, perciò vi invito a dare una scorsa al mio sito e a dialogare: www.poetainazione.com
grazie
utente anonimo

#5    21 Luglio 2009 - 19:01
 
Vorrei salvare la poesia (di davide) dall'equivoco che la fraintende solo nell'impegno civile e militante, quanto invece partecipa al più complesso contrappunto, la poesia appunto... che non è sostituzione della vita e sfogo. Eppure è ciò, come parte, voce, mancanza, assedio, verso verso verso: la fuga! bruciare e riposare, gioco, contrappunto. E non si può manco parlare più di Pasolini se non s'intende il rapporto con Bach, con la musica, sottoscritto nella Parafrasi Del Fuoco del Nota, e l'urgenza di essere vuoti di realtà, di luce, l'urgenza di luce. La tragedia (la morte di Pasolini) non è la fine, la tragedia solve. Fioriranno ragazzini: salva il mondo questa gente se canta immediatamente. Attraversare la Storia e l'anarchia del potere ad oggi richiede un'Odissea, e davvero tanto per cominciare prendersela solo con l'epoca è troppo gentile.. essere altro, fare la differenza, non solo morale, non vita sola, non solo oggi, non solo uomo, non solo intelligenza.. anzi: ciò è solo fondamentale.
Ascoltare il socialismo dell'altissima musica, non confondere la fuga da sé con la fuga del sé.
Nel Fiore di Davide c'è davide pietrificato, inumato non eterno ma infinito inumato, l'urgenza di finire e compiere è un tuffo assordante "se spezzo la catena è solo un sogno".. non si può non provare la pena, la poesia deve fare pena. Ripeto: a fare pena dev'essere la poesia.
Definisco: la sinistra di poesia e realtà non è che vuol cambiare la realtà.. la realtà è piena, è vuota, è tutta, è immutabile, è mutazione, si sa no? ooooh allora: la poesia è realtà, brucia, riposa, gioca, s'ammazza, spericola, fa. Ripeto: è la poesia a fare. Il resto è intrattenimento.
Battermi per questo.

Denunciare, alzare il pugno, svergognare, bestemmiare, vendicare, indignarsi, rivoltarsi, opporsi: voci del contrappunto, crisi verso la meraviglia, persone, Persone con ricordi di Paradiso. Ma che sia l'avvenire, che sia ora, già, non vedere l'ora! Ecco perché amo l'urgenza della musica (che danza che muove) e pur intenerendomi vergognosamente oso scanzare LO SFOGO, la poesia.. sostituente diciamo, la musica sostituente. E la rabbia che intrattiene, che libera, per dire, l'auto affermazione.
La voce che alla fuga non può mancare è la vita, la crisi degli ultimi secoli, post bach, è la lotta per quella voce, che il popolo conosceva già bene... e dopo beethoven.. I VIVI: Pasolini, la musica di Gould, il Teatro (Bene), e così via... dove?

ho scritto un po' confuso, non è importante, era una dissonanza al commento precedente: con rispetto, perché ho letto i tuoi scritti sul sito segnalato e non m'è dispiaciuto anzi.
però... il però ha già cercato di parlare, e m'è odioso dire cose dette.

Abbraccio davide, il fiore del fascismo universale e Viola mi fanno pena! Disse non ricordo chi a proposito di Shakespeare, e mi parve un forte e dolcissimo complimento fatto ad un poeta: "quanto deve aver sofferto un uomo per scrivere così.."

e abbraccio la poesia in atto
marco
utente anonimo

#6    21 Luglio 2009 - 21:42
 
Devo salvare me ora da un equivoco forse: sinistra di poesia e realtà è una definizione appunto di Davide, che io non voglio interferire ma citare dal mio punto di fuga
marco
utente anonimo

Commenti

Chi sono

Utente: davidenota
Nome: Davide Nota
Nato nel 1981 a Cassano d'Adda (MI) da padre lucano e madre marchigiana, risiede dalla prima infanzia ad Ascoli Piceno. Si è laureato in Lettere moderne con una tesi sulla "Nuova poesia italiana". Redattore de "La Gru", ha pubblicato i libri di poesia "Battesimo" (LietoColle, 2005) e "Il non potere" (Zona, 2007). Dal 2008 abita a Roma, dove si occupa di giornalismo politico e culturale.


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Categorie

Partecipano

Bottoni

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte