I.
Mi aggiro tra i banditi democratici,
gli abolitori dello stato di diritto.
Se spezzo la catena è solo un sogno
ridicolo, che lascia posto all’ombra.
La nostra storia morta è ancora questa
del grumo di catarro, terra e sangue
rappreso dove vomita la bestia
balcanica o dove il volto esangue
del ragazzino morto sotto al treno
sorride sventolando un lembo pesto
di carne…
Come somiglia questa vita a quella
già morta da decenni per violata
sovranità del nostro bene in guerra,
o al cranio tumefatto del fanciullo
che la consunta morsa della madre
nutrire può solo di mosche e terra.
Così il mercato dell’impero nero
tra i profughi, i suicidi e gli ammazzati
battezza con il sangue dei soldati
l’avvento del fascismo universale.
II.
Io sono un continente.
Chiudessi gli occhi riuscirei a intendere
persino gli argini, il bordo, gli orli.
E mi accompagno a questo limine
di roccia e sale, a questa
successione di frane.
Adesso dormo nell’insonne lava
di questa valle oscura
di vagine e calanchi.
III.
Le grandi imprese le lasciò ai cadaveri
e cadavere si fece liberando
la grande della sua esistenza impresa.
Dicono che il corpo rotolando
si ruppe in tanti piccoli massacri
fin quando il macchinista non intese.
Restò qualche brandello da scostare
in mezzo al prato giallo, sui binari.
Scendevano di fila gli scolari
nella campagna aperta, ad occhi chiusi.
IV.
Se ne vanno, la notte, silenziosi,
in lenta carovana, gli occhi al suolo,
i morti che di noi ancora sono
morti e se ne vanno silenziosi.
Il vento tra le foglie del castagno,
il passo tra le felci, il legno franto,
il canto delle rane nello stagno,
il pianto scivoloso del canale…
Scompaiono, di notte. Torneranno
come le pietre che la terra inuma?
Sapere i loro segni che consuma
la pioggia non ci basta a ricordare
che vivi ci sognarono e son morti.
V.
Se c’era nel bosco una croce,
tra i rami una specie di cavo,
sopra le braci spente camminavo
sciogliendo quella plastica dai piedi.
Qui lavorava il nonno e non sapevo
neppure un volto dare o quale voce…
Ragazzo ritornavo nei sentieri
in cui come fantasmi senza nome
restavano antenati nei misteri
del legno secolare, nell’afrore
di carne cruda al rogo, dell’alloro
bruciato nell’estate sconosciuta…
Se vidi l’assassinio non sapevo
neppure piangere, mangiai
quel grumo sanguinante come bacca
donatami da mano familiare.
