Carta sporca

blog di poesia impura (a cura di d.n.)
giovedì, 28 maggio 2009

UTTO (conversazioni con augusto amabili)

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martedì, 26 maggio 2009

Quadretto piceno (2008)

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lunedì, 25 maggio 2009

Il fiore del fascismo universale (2008)

Scrissi questo ciclo poetico nell'aprile del 2008, a seguito della debacle elettorale della sinistra italiana. La scomparsa delle rappresentanze della sinistra di alternativa al modello capitalista, nel Parlamento italiano, non ci parlava solamente di una sconfitta elettorale, di partito, ma di una lunga e vasta opera di rimozione culturale, di un articolato processo di destrutturazione della nostra identità e memoria collettiva, di comunità e di repubblica, di stato di diritto.
Fu, il 2008, l'anno del mio ingresso, da neo-laureato in Lettere moderne, nel mondo del precariato e dello sfacciato sfruttamento del lavoro nero e dell'arroganza neocapitalistica italiana: di agenzia interinale in call-center, di ufficio di collocamento in sala cinematografica multiplex, fino alla catena di montaggio di una industria alimentare, dove conobbi la violenza ritmica della turnazione e dell'automatismo.
Attorno a me, il panorama sconcertante della nuova Italia, della provincetta mediocre e malsana della nera Ascoli Piceno: un ragazzo che si uccide, anche lui operaio, gettandosi sotto ad un treno. Anche lui poeta, scriveva liriche e canzoni, cantava.

Quella notte percepimmo lo sgomento del suolo, lo smottamento epocale che stava divorando la nostra dimora.
Altrove, in altro territorio, alzavano il vessillo della nostra miseria, i nostri piagati, pervertiti, eserciti di occupazione.
I fantasmi della fanciulla Italia, gli antenati dei nostri valori di popolo e di figli, se ne andavano per sempre. Tornavano nei boschi.



IL FIORE DEL FASCISMO UNIVERSALE


I.

 

Mi aggiro tra i banditi democratici,

gli abolitori dello stato di diritto.

Se spezzo la catena è solo un sogno

ridicolo, che lascia posto all’ombra.

 

La nostra storia morta è ancora questa

del grumo di catarro, terra e sangue

rappreso dove vomita la bestia

balcanica o dove il volto esangue

 

del ragazzino morto sotto al treno

sorride sventolando un lembo pesto

di carne…

 

Come somiglia questa vita a quella

già morta da decenni per violata

sovranità del nostro bene in guerra,

o al cranio tumefatto del fanciullo

che la consunta morsa della madre

nutrire può solo di mosche e terra.

 

Così il mercato dell’impero nero

tra i profughi, i suicidi e gli ammazzati

battezza con il sangue dei soldati

l’avvento del fascismo universale.

 

 


II.

 

Io sono un continente.

Chiudessi gli occhi riuscirei a intendere

persino gli argini, il bordo, gli orli.

 

E mi accompagno a questo limine

di roccia e sale, a questa

successione di frane.

 

Adesso dormo nell’insonne lava

di questa valle oscura

di vagine e calanchi.

 

 


III.

 

Le grandi imprese le lasciò ai cadaveri

e cadavere si fece liberando

la grande della sua esistenza impresa.

Dicono che il corpo rotolando

si ruppe in tanti piccoli massacri

fin quando il macchinista non intese.

Restò qualche brandello da scostare

in mezzo al prato giallo, sui binari.

Scendevano di fila gli scolari

nella campagna aperta, ad occhi chiusi.




IV.

 

Se ne vanno, la notte, silenziosi,

in lenta carovana, gli occhi al suolo,

i morti che di noi ancora sono

morti e se ne vanno silenziosi.

 

Il vento tra le foglie del castagno,

il passo tra le felci, il legno franto,

il canto delle rane nello stagno,

il pianto scivoloso del canale…

 

Scompaiono, di notte. Torneranno

come le pietre che la terra inuma?

Sapere i loro segni che consuma

la pioggia non ci basta a ricordare

che vivi ci sognarono e son morti.




V.

 

Se c’era nel bosco una croce,

tra i rami una specie di cavo,

sopra le braci spente camminavo

sciogliendo quella plastica dai piedi.

Qui lavorava il nonno e non sapevo

neppure un volto dare o quale voce…

 

Ragazzo ritornavo nei sentieri

in cui come fantasmi senza nome

restavano antenati nei misteri

del legno secolare, nell’afrore

di carne cruda al rogo, dell’alloro

bruciato nell’estate sconosciuta…

 

Se vidi l’assassinio non sapevo

neppure piangere, mangiai

quel grumo sanguinante come bacca

donatami da mano familiare.

 

[2008]
postato da davidenota alle ore 10:54 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
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Chi sono

Utente: davidenota
Nome: Davide Nota
Nato nel 1981 a Cassano d'Adda (MI) da padre lucano e madre marchigiana, risiede dalla prima infanzia ad Ascoli Piceno. Si è laureato in Lettere moderne con una tesi sulla "Nuova poesia italiana". Redattore de "La Gru", ha pubblicato i libri di poesia "Battesimo" (LietoColle, 2005) e "Il non potere" (Zona, 2007). Dal 2008 abita a Roma, dove si occupa di giornalismo politico e culturale.


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