[La Gru, 20 aprile 2009]
Sabato 11 aprile, vigilia di Pasqua funestata dal più grave lutto nazionale del nuovo millennio. Mentre in Abruzzo le ruspe mestano fra le macerie di quella che sarà ricordata d’ora in poi come la vecchia L’Aquila, occultando fatalmente detriti e prove di mala edilizia, e mentre sfilano le cariche istituzionali a manifestare una telegiornalistica condivisione del dolore, il numero dei morti provocati dal sisma che ha interessato la provincia aquilana tra la domenica del 5 e lunedi 6 aprile sfiora la vertiginosa quota di trecento.
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Sotto questo titolo "La Voce delle voci" ha deciso di pubblicare sul numero di Aprile, che potete trovare già in edicola, il mio intervento "Se la destra cita Gramsci. Invito alla battaglia culturale", lanciato da "Carta sporca" il 29 novembre del 2008 (vedi qui).
LA MORTE CORRE SUL PIXEL
L'immagine che non c'è, il taglio che si vede
[La Gru, 1 marzo 2009]
Lo stato d’assedio, l’io. Uno causa dell’altro, uno rovina dell’altro. Ma non solo: temi come l’isolamento; la fuga; la resistenza sentimentale; la ricerca dell’origine e della visione vengono qui alla luce in un nuovo scenario, che tenta di brutalizzare i possibili filtri della post-modernità, sporcandosi le mani – sporcando le parole – in essa. Poesia come liturgia, rituale privato.
È una delle sillogi più allucinate di Davide Nota, fuori da ogni schematismo o partizione dialettica. E questa Viola così polisemica da rimandare all’ “oggetto” per eccellenza dello sguardo lirico poetico, un fiore, e allo stesso tempo al “nome proprio” dell’iconoclastia nell’arte postmoderna: passando per una linea melodica della prosodia che può benissimo essere accompagnata e suggerita dal medesimo strumento che porta il suo nome. Il suo colore. Viola.
Un fiore, uno strumento e un nome proprio, allora.
Una traccia verso l’esperienza del limite. Ancora ignoto.
‹‹Così c’è qualche cosa che tradisce./ Se tornano è nell’ombra, destinati al silenzio./ Un oltretomba di saluti e sputi/ dove le crepe nere spaccano le mura.››. L’io testimonia, vede a margine. Scruta, sospetta: guarda per non credere, per dubitare. L’io è l’occhio. Lavora nel silenzio del negativo: percettivo, materico, persino sentimentale… ‹‹Le stelle della sera./ Nebbia di punti viola./ Foresta bianca e nera./ Batteri di memoria.››
Ma la percezione è contaminata, sul nascere e sul suo morire. Sfiorisce. Sfibrante vibrazione continua. Anche l’impensabile diventa carne, carne senza concetto, dolore, virus, infezione… la realtà è infettiva. Il contagio è all’ordine del giorno, è la regola: nel bene e nel male, né un bene, né un male… ma in fin dei conti, un livello di separazione. Un level five: una fine. Una sfida. ‹‹Partiamo,/ come un livello di separazione/ da infrangere.››. Qui la fine è data dal come, un passaggio impossibile, da azione a visione.
Una traccia verso l’esperienza di un limite. Il linguaggio.
Giocoforza allora questa silloge è un percorso nella discesa verso un malessere in forma di parole. Ma in grande stile: varietà di registri timbrici, soluzioni formali, digressioni, sospensioni narrative. Tra teoresi manifesta e atti linguistici che mimano filastrocche infantili, nenie con accenti tragici e irrisolvibili.
Con un lessico-immaginario che preleva motivi di misura cristiana – il sangue, la preghiera, le croci, la visione mistica – e li “inchioda” nel proprio altarino privato.
Ma, se si vuole, tutto è tenuto da un movimento umano: di sistole e diastole. Un contrappunto stilistico, che struttura comunque una forma aperta al rischio del dissidio: linguistico e simbolico. Tra esigenza di comunità – la lingua della poesia – e tensione verso l’originario, il puro, alle soglie dell’iconoclastia: ‹‹Ma sebbene le tubature siano molte/ e la sorgente unica/ l'origine, Giulia, è dentro l'assedio.››.
Come nella poesia di Piero Ciampi. Da una parte l’intimità, dall’altra l’assenza.
‹‹Versate il piombo della sera/ nella sera di piombo, alzate/ questa tumefatta scena.›› In questi cinque pezzi facili la scena diventa visione drammatica e le immagini gradatamente si concatenano tra loro in un contrappunto mono-cromatico e mono-tematico: un colore, un'ossessione, come in San Lorenzo e nella Visione.
Ma c’è di più: le varie soluzioni espressive, frutto del “battesimo” al non potere, disperdono le vie del movimento e del discorso in una stratificazione del dire che “presentifica” il minimo dettaglio: che recupera una risonanza da monologo fatale e allo stesso tempo illustra la morsa tra coscienza e immaginazione. Che si succedono, sempre più, senza soluzione di continuità. Senza respiro. A rapidi “tagli” di scena.
Dentro queste macchie/ di acquerelli e pixel. Nel cielo/ sfibrato.
E i pixel del cervello-tv corrono veloci, le immagini perdono stabilità, e da un momento all’altro appare il rischio di vedere solo una lama bianca uscire dalla grana dell’effetto neve. Per fare a pezzi noi e il quadro. Ecco: la giusta sintonizzazione.
Una traccia verso l’esperienza di un limite. L’iconoclastia.
Ed è proprio l’iconoclastia, evocata dal nome di Bill Viola, e quindi immagini che non sono immagini, un tempo che non è tempo, la soglia e la tentazione su cui si arrestano queste liriche. Dove le immagini si svincolano dai loro supporti materici per farsi materia informe, dove solo la degradazione e i tagli del senso sono percepiti. Con dolore. Anti-poetico, anti-romantico.
‹‹Così certo, potremmo facilmente bruciare/ il vecchio mondo rappresentato,/ ma un enorme deserto illuminato a nuovo/ non era certo il fine di questa guerriglia!/ (La schermata del cielo/ gelidamente oggettivo).››
CUT
Come indica l’ultima lirica della silloge, una lirica-manifesto, quasi teorica nel suo aspro tono neutro, il grande rischio è quello di capire cosa riaffiorerà dopo la fine dal cervello-tv. Se altre rappresentazioni, un deserto, se rappresentazioni di altri deserti, deserti di altre rappresentazioni. Se, invece, altro…
Ma intanto, nonostante la geometria sempre più astratta e apocalittica dei luoghi “a vanire”, nella “situazione”, la differenza la fanno i corpi, gli altri, gli esseri. Com’è la fine di ogni Rappresentazione.
Fino alla fine del mondo.
E oltre la fine, e nei margini di ogni fine: scena, quadro, immagine, cinema, vita.
Partiamo,/come un livello di separazione/da infrangere.
FINE ALLA FINE