[La Gru, 5 febbraio 2009]
[in Poesia 2007-2008. 13° Annuario, di P. Febbraro e G. Manacorda, Gaffi 2009]
A Davide Nota – nato nel 1981, autore di Il non potere (Zona 2007), suo secondo libro – si vorrebbe, con la mite arroganza degli esperti, dare un consiglio. Per fortuna, il suggerimento è da una parte autorizzato, dall’altra reso inutile dal corso stesso della sua opera. Il consiglio è quello di aspettare la propria crescita, e non limitarsi a rappresentarla. Sembra un paradosso, ma consente di eliminare gli sprechi, di dare il tempo alle proprie immagini, di non renderle necessariamente più folte, o addirittura più grevi, ma di immergerle in un ritmo più grande, in una maschera metrica più asciutta e necessaria. Delle quattro sezioni che compongono il libro, almeno la prima sembra gesticolare la propria inquietudine giovanile fra i loci deputati tristemente convenzionali del realismo contemporaneo (il G8 di Genova 2001, il fiume inquinato, i morti per droga delle orrende periferie) e soprattutto una lingua che rigioca le sue pennellate sporche ed espressionistiche («… scoria / che la fuga della storia elude; un perizoma / sgualcio ai piedi del cesso…»), in cui si leggono i “tagli” o i ribellismi morfologici dei «finestri», dei «presti lavori», o si evoca la «bionda disperazione» di una ragazza catturata dalla polizia o il «bordo sfiancato del niente» del «torrente» dalle rive «stente». La sezione che dà il bel titolo al libro, invece, evita queste marche generazionali, o segnalatori di posizione; o comunque le imbeve di una più ampia capacità di dialogo, profondendosi in scene quotidiane nelle quali la desolazione non s’incanala in facili correlativi oggettivi, ma s’investe in crescite difficili, in fallimenti allusi, in contorni flessibili all’urto dell’esistenza, ma anche ai più scanditi richiami della parola. Non so se la giovinezza di Nota sia davvero già consumata, come la denuncia il poeta: di certo, sta diventando più permeabile all’alterità, alle gradazioni del diverso da sé, meno compiaciuta della monocromia fintamente espressiva della “scapigliatura” derelitta e contraria.