Carta sporca

blog di poesia impura (a cura di d.n.)
mercoledì, 14 gennaio 2009

Apre il blog de "La Gru"

Il 2009 "gruista" si apre con una novità: da oggi è infatti on line il Blog dei redattori de "La Gru".
Attraverso questa nuova finestra, i redattori de "La Gru" condivideranno in maniera più immediata "eventi, manifestazioni, fatti, incontri, iniziative, segnalazioni, opere, atti, parole, voci, colori etc.".
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sabato, 10 gennaio 2009

Lettera ad Ilaria. Cosa vuol dire la Sinistra.

Ilaria Mascetti, amica di vita e di lotte, del Direttivo del PRC di Ascoli Piceno, mi scrive questo bellissimo messaggio critico, in risposta al brano “La parafrasi del fuoco”, e in polemica con i miei ultimi riferimenti ad una “Sinistra” diffusa, umanista e pasoliniana.
Accolgo queste critiche, con affetto e gratitudine, e tento una risposta.


Caro Davide,
conosci il mio affetto per te, e sai che non è legato alle critiche che altre volte ed ora porrò alla tua attenzione.
Forse conosci di meno il mio amore per l'arte, per la poesia e per tutto quello che ritengo comunicativo: è immenso.
Tutto questo non mi toglie lucidità per comprendere la distinzione tra azione politica ed artistica.
Credo che molto raramente si possano sposare, a volte solo quando la vita di qualcuno che poi in tanti ricordiamo giunge ad atti estremi di lucidità ed eroismo, in cui troviamo la materializzazione della tensione e del furor michelangiolesco.
Qui anche a me compaiono i volti di Gramsci o Pasolini.
Di certo non le misere figure dell'attuale politica italiana. No, non ne trovo traccia.
[...]
Solo una cosa ti chiedo: non fare solo di qualcuno, quello che invece è amore e lavoro di tanti.
Pasolini, la sua figura e le sue parole non sono proprietà privata di una sinistra, che già settaria mi sembra, se nasce con dei distinguo.
Pasolini e tanti altri sono l'amore e la vita di tanti compagni, anche quelli che oggi purtroppo ritieni lontani.
Da lì credo che derivi d'altronde il lavoro e la cultura di Vendola.
Non credo sia sbucato dal nulla ma da un partito, dal quale ha preso e condiviso tanto fino a ieri, al quale oggi volta le spalle come se mai niente fosse accaduto.
[....]
Così ti chiedo di continuare il tuo lavoro con l'onestà che sempre in te riconosco, aprendo però anche a volte un po' di più gli occhi su alcune cose [...].
Ti chiedo anche di chiarire il significato della parola “Sinistra”, che tutto può voler dire e niente.
I termini di ampi significati possono affascinare e abbagliare, ma la chiarezza e definitezza in politica non sono mai troppe (e non parlo di rigidità).
Sono sicura della tua sincerità e buona fede, meno di quella di altri.
Ribadisco: la poesia e la cultura non sono un bene privato. In tanti le amiamo e non basta un nuovo partito, né una corrente politica a difenderle.
Nel rispetto della tua arte e della nostra amicizia,
ti abbraccio forte,

Ilaria

*

Carissima Ilaria,
innanzitutto grazie, e di cuore.
Ti risponderò, naturalmente, a mio modo, e cioè da poeta, attraversato e determinato da venti di passione e sentimento, che poi sono anche il risultato di una percezione reale di mancanza, e quindi di una fisiologica esigenza di autenticità e di vita.
Trovo splendido, sì, il potermi esprimere così liberamente anche all'interno di una missiva di carattere politico. Il nostro Partito ha difeso, durante la deriva tecnocratica della destra e della sinistra degli ultimi tre lustri, questa opportunità di scambio umano e non solo burocratico.
La poesia è stata per me, innanzitutto, l'ululato di una solitudine che chiamava alla comunanza, alla rivolta dal formalismo sociale quotidiano (la catena di montaggio dell'esistenza post-fordiana), un anelito ad altro e all'altro, ad un altrove che era anche “Utopia”.
In politica (perché non esistono campi separati, ma si è un unico indefinito corpo), ho tradotto questa esigenza, prima fisiologica e poi razionale, in un bisogno di “comunità”: la “casa comune” di cui ho sempre parlato (come forma di Partito, e come forma di Stato).
Gramsci parlava di “centralismo democratico”, contro il “centralismo burocratico” del Pcus.
Sarebbe bello, oggi, poter ampliare questa struttura novecentesca, aprendosi anche alle nuove esigenze e forme reali di associazionismo e nuova militanza. Credo in un Partito che sappia cioè essere punto di riferimento centrale all'interno di una Rete orizzontale di realtà associative e culturali non per forza da esso dipendenti.
Cerco di spiegarmi meglio.

Pasolini scriveva di aver incontrato il comunismo ben prima della lettura di Marx. Lo aveva incontrato nel sentimento istintivo di solidarietà nei confronti dei braccianti friulani in rivolta contro i soprusi del padrone.
I braccianti friulani, così come gli operai di Torino, trovarono nella “falce e martello” del '900, il simbolo nuovo, vivente, del loro riscatto esistenziale e materiale.
Quel simbolo era giovane, fresco, innocente. Esso “significava”, poiché parlava della loro vita.
La falce e martello era il simbolo della realtà in atto: il presente che aboliva il passato e le sue forme, la stella del futuro.
Non solo: molti di quei giovani operai e contadini morirono, sventolando i loro stracci rossi.
Morirono perché quel riscatto non fosse solo cifra di un processo deterministico della Storia ma gesto consapevole ed individuale di amore. Perché quelle bandiere fossero un dono: la promessa che non sarebbe più nato un solo figlio già condannato in grembo alla schiavitù, alla povertà e all'ignoranza.
Morirono per abolire la condanna di classe. Per le nostre scuole pubbliche, per i nostri ospedali, per i nostri diritti costituzionali, oggi smantellati dal trentennio liberista e corrosi dalle tarme baronali della burocrazia.

Non mi addentro in speculazioni di natura economica, se non per dire che il marxismo novecentesco è stato un tentativo di razionalizzare questo sentimento popolare e di tradurlo scientificamente in programma potenzialmente funzionale in forma di Stato.
In Italia esso si è fatto, con Gramsci, “guerra di posizione”: e cioè lotta interna al Sistema finalizzata al graduale miglioramento delle condizioni popolari. Esso era comunque una risposta scientifica, ad una domanda sentimentale.
Voglio cioè dire che il marxismo è stato, ovunque, la traduzione di una richiesta popolare pregressa, di un'egemonia culturale, o per lo meno sentimentale, senza la quale esso sarebbe stato privo di significato storico, così come una fede matrimoniale senza alcuna sposa.
Noi rischiamo, oggi, di apparire come il tale che per quarant'anni vagò, con l'anello in mano, alla ricerca della defunta fidanzata, per strada chiedendo in sposa ogni giovinetta, non rendendosi conto di essere nel tempo invecchiato, e impazzito.
Il vecchio folle si condannò così ad un eterno sogno schizofrenico e senza speranza, perché nonostante tutto l'impegno e la galanteria del mondo, fu chiaramente da tutte le fanciulle respinto, e dalla folla deriso.
E questa è per me un'immagine non folclorica né ridicola, ma invece profondamente drammatica.
La realtà, parlava un'altra lingua. Lo sposalizio promesso, era scaduto per sempre.
E tutto questo ci riguarda, perché il Partito vecchio non può più pensare di sposarsi con una giovane realtà. Ilaria, non accadrà mai più.

Come vedi, parlo di poesia, di sentimento, e ne faccio una questione profondamente politica, oserei dire: razionale.
Paradossalmente tutto ciò che ci resta, dopo la tempesta storica, tutto ciò che del nostro passato spontaneamente ci si riconsegna e rinnova, non è la “teoria” ma la “poesia” della tradizione.
Non è, cioè, la “risposta” data in un particolare contesto storico-culturale, ma la “domanda” della vita reale e presente, che chiede di vivere.
Il comunismo del '900, nelle diverse forme assunte, fu un tentativo storico di rispondere a questa domanda, che oggi si rinnova in nuove ed impreviste forme, che noi dobbiamo saper ascoltare, e a cui dobbiamo offrire nuove ipotesi interpretative, nuove soluzioni.

La soluzione sovietica, come sai, si tradusse in una forma di paternalismo repressivo, cosicché un simbolo di innocenza popolare si fece bandiera di un nuovo potere burocratico e sovra-individuale, e cosicché i migliori poeti di una intera generazione russa, ad uno ad uno caddero dentro campi di sterminio o nel declivio disperato del suicidio.
Potremmo certo discutere della contestualizzazione storica e trovarci anche d'accordo nel confronto tra le statistiche del prima e del dopo '17. Certamente i figli dei servi della gleba poterono studiare e divenire scienziati o professori.
Eppure, tutto questo non bastò. I giovani ragazzi iniziarono a scappare, a sognare di evadere dall'ingranaggio dell'egualitarismo centralizzato. Iniziarono ad insorgere: chiedevano dell'altro. Ne avevano, sentimentalmente, bisogno.
Il fiume della vita in atto non era più contenibile entro le pareti stagne di una teoria già vecchia nel '68 di Praga.
Perché la storia avanza come il fiume di Eraclito, e con essa si trasforma la cultura e mutano i sogni degli esseri umani.
Chi non è in grado di ascoltare la poesia della vita, la sua lungimiranza, verrà travolto dal presente in atto.
E credo sia evidente, chiudo qui questa parentesi, che un modello contestualizzato in un'epoca post-feudale, il marxismo-leninismo degli anni '20, non possa riscontrare nell'Italia del 2009 altro che un neutrale ed oggettivo interesse di carattere storiografico ed accademico.

L'Italia ha avuto certamente un'altra storia, e le bandiere rosse sono rimaste “Le belle bandiere” di cui ha cantato Pasolini.
Quel che dovremmo comunque chiederci, secondo me, è a quale “domanda” reale stiamo cercando, nell'ora, di rispondere attraverso il nostro agire politico. Quale popolo stiamo amando, quale umanità stiamo cercando di incarnare?
Io, personalmente, vedo il volto di mia nonna Maria, che sopravvive con una pensione da miseria, e con il suo Vangelo. L'avvicinerei cantandole “Bandiera rossa”? O l'allontanerei?
E vedo il volto di un mio carissimo amico, eroinomane, “perché ad Ascoli Piceno non vi è alternativa”. Lo vedo privo di speranza, assieme ad i suoi amici, sperduti in un baretto.
Li avvicinerei chiedendo loro di sventolare la bandiera con la falce e martello? O li allontanerei?
E vedo il volto di una ragazzina di tredici anni, costretta allo smagrimento fisico e mentale, così come imposto dal ricatto di massa.
La conquisterei, la inviterei ad abbandonare il modello mass-mediale, offrendole l'alternativa della rivoluzione proletaria? O l'allontanerei?
E vedo il popolo, soprattutto, degli extracomunitari: africani, albanesi ed est-europei, bombardati, o colonizzati, costretti alla diaspora e poi sfruttati, torturati psicologicamente e materialmente.
Parlare con loro, solo del termine “comunismo”, ne ho avuto esperienza diretta, vuol dire spesso aprire una ferita dolorosa quanto la loro memoria biografica.
E tutti questi volti, Ilaria, sono il Popolo, e non vi è altro popolo al di fuori della unione di questi volti reali.
Non essere in grado di avvicinarli, questo e non altro vuol dire “tradire” l'unico principio sostanziale della nostra tradizione politica: la volontà di unire la massa degli sfruttati, degli ultimi, e di aiutarli ad organizzarsi per ribellarsi contro ogni forma di oppressione e di negazione della loro dignità umana.
Così come essi ci chiedono, e non così come noi vorremmo che ci chiedessero.
Realtà, non proiezione: questo forse non è marxismo, ma ti assicuro che è Marx.

Ecco cosa vuole dire, per me, la definizione di “Sinistra”.
I simboli, i termini anche, hanno un'unica funzione:
quella di portare unità e sintesi, ove prima regnava la separazione.
Rileggo spesso le bellissime “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” (Einaudi, 1952).
Te ne voglio dedicare una, che in questi giorni mi ha particolarmente commosso.

Diana cara, la vita che doveva cominciare è terminata per me anzitempo. Ma durerà nel ricordo.
Ti amo, Diana. Il tuo compagno se ne va.
Se ne va dopo aver amato libertà, giustizia.
Se ne va dopo aver amato te tanto, tanto.
Ma tu devi vivere. Devi vivere perché questo è il mio ultimo desiderio. Devi vivere e il mio ricordo deve essere un incitamento alla vita.
Non bisogna che tu ne sfugga. Ti sarò comunque vicino, lo so e lo sento. Vicino a te ed a tutte le persone care.
Muoio in piedi.
Sappilo e ricordami così.
Ti amo tanto.
Paolo

Ilaria cara, io credo davvero che anche noi, e tutto ciò che rappresentiamo (e cioè: libertà, giustizia), abbiamo il diritto e il dovere di vivere.
Tutto costantemente muta, ed anche i sogni, ed anche le esigenze (che non sono più, soltanto: materiali; che non sono più soltanto: lavorative).
La memoria ci sarà sempre vicina, ma come incitamento alla vita, e non come ossessione schizofrenica nei confronti di un passato che non esisterà mai più.
Questo è per me il rispetto, ed è l'amore, che nutrirò per sempre per quelle belle bandiere, che sventolarono innocenti, anche in mio nome.
Ma torniamo alla vita, ti prego: torniamo ad incarnare il mondo reale, e non quello ideale.
Così, e solo così, torneremo a vincere. Ed hai ragione, sì: non come individui, ma come “comunità”. Comunità unita. Non voleva dire proprio questo, il comunismo?

Un grande abbraccio a te,
con stima, affetto e amicizia,

Davide

postato da davidenota alle ore 13:43 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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giovedì, 08 gennaio 2009

Auto-presentazione in forma di collage epistolare

[Tellusfolio.it, 8 gennaio 2009]


Cara *,
sono appena tornato a casa, dopo due settimane [...].
Ho studiato, fatto il bravo, alzato quasi sempre presto, ogni tanto uscito [...].
Ti ho pensata, grazie per avermi scritto.
La serata di poesia a * è saltata, in teoria a data da destinarsi, ma credo che sarà difficile riprendere in mano il progetto per la primavera. Peccato.
Ti mando delle poesie che usciranno sul prossimo numero di *. Quelle più importanti sono *, * e le ultime tre.

No, non mi sono innamorato. Non mi innamoro più.
Non sono mai stato molto bravo nella parte [...], sempre avuto delle strane ossessioni, una percezione della volgarità femminile molto forte [...].
Solo un enorme innocente amore potrebbe farmi vivere la sensualità come forma di bellezza e non come volgarissimo automatismo dell'orgasmo (che si spalanca veramente come un deserto, come un vuoto).

*

Ecco, questa maledetta *, [...] questo orribile essere materno, materialista, concreto, volgare...
Dovremmo sradicarci dagli organi per poter parlare con semplicità.

*

Quello della “ricerca di una ragazza” è un concetto abbastanza ripugnante. Che io sia personalmente disgustato dal mondo femminile (ma anche da quello maschile) è un'altra storia, legata al ripudio degli organi, della storia, della natura. Probabilmente questa rivolta a parole contro il determinismo mi condurrà (ogni eccesso dimostra il suo contrario) ad un francescano amore nei confronti del tutto (sacra è l'obbedienza, sacro è non essere nessuno): ma questi due antipodi già convivono in me, nel rifiuto e nell'amore del mondo, quindi non parliamone neppure, che tanto la consapevolezza è una cazzata.

*

Sono di un'ingenuità disarmante? Sì. Ma a me piace tutto. La stupidità è splendida.

* 

La mia ultima poesia si chiama *.
L'ho composta dopo aver saputo della morte di un mio giovane cugino, al ritorno dalla discoteca.
Non è triste, è semplicemente alienata.

*

Ora si tratta di riflettere bene. Per me, ma credo anche per tutti gli altri. Se ho sempre disprezzato la norma e il ruolo, se ho scelto sin dalla prima adolescenza la poesia e l'arte come forme di rivolta contro le istituzioni (la scuola e il processo di acculturazione a cui ero sottoposto, la superstizione della maturità e il processo di omologazione a cui siamo tutti, ora, indotti), come potrò adeguarmi al ruolo di poeta [...], invitato a convegni, a stringere mani [...]?
Ciò che pare una conquista sarà una condanna [...]. No, non dovrò permettermi di cadere nel pantano della felicità nazionale.

*

Che bello salire le scale di casa di mia nonna, avrò avuto 4 anni. Correre nel retro cucina, trovare mia cugina che fruga tra i fritti del Natale [...].
Sarebbe un sogno riaverlo, questo familiare caos di risate e racconti di viaggi in America a trovare lo zio fuggito che mai si abbassò al compromesso di una vita normale ed italiana [...].

*

In culo alla morale, crescere una famiglia insana è un proposito commovente.

*

Proteggo anche il ricordo delle bandiere rosse, grandi e tante, che per me volevano dire semplicemente: fare del bene. Difendere gli indifesi e i deboli dai soprusi degli arroganti e dei prepotenti.
Questo mi ha insegnato mio padre, e questo io ora proteggo.

*

Mi ero perso nella vertigine del fiume.
Mi ricordo che il panorama sembrava completamente altro dalle nostre zone. Una valle desertica, traversata da questo ignoto fiume da cui sporgevano queste strane rocce affilate e delle abitazioni antiche (o semplicemente molto vecchie?) che immagino un tempo sorgessero ai lati del torrente, e che ora invece riposano, sepolte con tutti i loro segreti, nella costante piena.
Le strane percezioni della sera.
Si tornava a casa ed io fuggivo.

*

O forse sono tanti i modi di essere una persona qualunque e per bene, che poi non è altro che un modo per dire: conformati e riproduciti, mio baldo eroe della mediocrità nazionale.
Ma questo discorso è un cane che si morde la coda, occorre dargli una sculacciata e farlo tornare a cuccia.

*

E i fiumi? E il sole? E noi?
Non so se questo sentimento sia definibile, propriamente, nostalgia.

*

Intanto penso a me, alla poesia che non salverà il mondo ma che forse salverà me. Penso a volere bene ai miei amici e alle sorelle, penso a pensare alle persone a cui ho voluto bene e che ora non sono più qui.
Questa notte ho pianto, non per una persona ma per un cane.
Un abbraccio mia cara *.

*

Dignità. Bisogna esigere che il mondo la rispetti, la nostra dignità di esseri meravigliosi.

*

Non sono ateo. Da adolescente mi definivo un anarchico cristiano.
Avevo trovato un posto, risalendo con i miei amici il fiume [...]. Lì si era acqua, e sole, e aria. E Rimbaud. E Sant'Agostino.
Il dio azionista di cui invece parlo in * è il dio della storia, che sì, bestemmio.
Non è accettabile una vita data in pasto ad una religione nazionale. Meglio veramente morire eroicamente.
In fin dei conti l'amore cristiano è una pura bestemmia.

[collage di e-mail risalenti al 2005/2006 - Davide Nota]



L'articolo originale, con una selezione di testi e immagini, lo trovi: qui.

postato da davidenota alle ore 12:05 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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Chi sono

Utente: davidenota
Nome: Davide Nota
Nato nel 1981 a Cassano d'Adda (MI) da padre lucano e madre marchigiana, risiede dalla prima infanzia ad Ascoli Piceno. Si è laureato in Lettere moderne con una tesi sulla "Nuova poesia italiana". Redattore de "La Gru", ha pubblicato i libri di poesia "Battesimo" (LietoColle, 2005) e "Il non potere" (Zona, 2007). Dal 2008 abita a Roma, dove si occupa di giornalismo politico e culturale.


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