“Io ho sempre voluto cantare. Mi ricordo che da bambino mio padre si incazzava, e io cantavo ancora di più. Mi picchiava, e io cantavo ancora di più. [...] Poi mi ricordo un amico. Si chiamava Antonio Pisapia. Era un grande calciatore. Voleva fare l'allenatore e non gliel'hanno fatto fare. E si è suicidato. Ma io non mi suiciderò mai...” (da “L'uomo in più”, di Paolo Sorrentino).
“Gli orfani” non è un lavoro di regia. “Gli orfani” non è un lavoro di montaggio, di fotografia, né di drammaturgia o arte attoriale.
“Gli orfani” non è un lavoro di scuola del cinema.
Esso è da intendere piuttosto come video-installazione, o come performance di poesia sperimentale: un lavoro consapevole e perfettamente “non riuscito”.
Esso è, non dubito a pensarlo, ESATTAMENTE come doveva essere; e cioè come volevo che fosse.
“Gli orfani” è un poemetto narrativo composto da dieci quadri in stile amatoriale, con dissolvenze dilettantistiche e sound ridotto a presenza indicativa.
Una bozza narrativa: un appunto in forma visuale.
Il metro di giudizio che si vuole assumere nella visione dell'opera non può “assolutamente” coincidere o far riferimento al metro canonico attraverso cui un amante o conoscitore delle tecniche cinematografiche giudica solitamente un “cortometraggio” (recitazione, raccordi, tecniche di regia o di montaggio).
Chi volesse attraverso questi canoni giudicare “Gli orfani” commetterebbe l'errore di eludere le intenzioni formalmente palesate dell'autore.
Volendo mettere in scena un'opera lirica utilizzando cantanti muti o gravemente stonati, si decide deliberatamente di non più muoversi nella dimensione dell'esecuzione tecnica musicale ma in quella della “operazione performativa”.
I parametri su cui poi si giudicherà tale “operazione” saranno altri, e non quelli, ad esempio, della tonalità, o del timbro.
Il contesto delle intenzioni manifeste è, in questo caso, assolutamente imprescindibile.
Ogni critica sulla “non riuscita” esecutiva della “Traviata”, deliberatamente traviata, risulterebbe del resto ben fuori dal contesto in cui essa assume, solitamente, il suo significato critico.
“Gli orfani”, allo stesso modo, è la video-performance di un poeta che esperimenta liberamente un mezzo amatoriale.
Che cioè cerca, attraverso un mezzo tecnico utilizzato in maniera dilettantistica, di comunicare una novella sacra.
“Gli orfani” parla della mancanza di un Dio madre e sorella.
Tale mancanza ha voluto rivelarsi mediante un amalgama di “poesia” e “cattivo gusto”.
Si mescolano nella narrazione tre linguaggi: lo stile amatoriale a colori di una Mini-Dv a mano, lo stile “matrimoniale” in bianco e nero di una Super-Vhs degli anni '80, e lo stile, più propriamente cinematografico, delle ultime scene.
Si compenetrano, anche, un tono ironico-parodistico, uno comico-realistico, ed uno patetico-lirico.
“Gli orfani” è, infine, un semplice esperimento. Auto-ironico dalla prima dissolvenza in pixel all'ultimo plauso, rivolto alla Tebaldi, passando per i dialoghi parodistici, e pure carichi di drammatica impotenza, del cinema muto.
“Cmq sia... io sono qui.”
“È così che... che non lo so come si dice.”
Esso è, anche: un divertimento. Un gioco.
Una sfacciata e bambina prova in pubblico.
“Perché un'altra cosa mi ricordo io. Io ho sempre amato la libertà. E voi non sapete manco che cazzo significa. Io ho sempre amato la libertà. Io sono un uomo libero.” (da “L'uomo in più”, di Paolo Sorrentino).
22 settembre 2008
Davide Nota
Gli orfani (22'')
scritto e diretto da Davide Nota
con: Andrea Marinucci, Daniele Capriotti, Matilda Mancuso, Roberta Tarquini, Valeria Colonnella, Alice Rasetti, Nicolò D'Errico, Gianfranco Carletti.
Ascoli Piceno, 2008