Carta sporca

blog di poesia impura (a cura di d.n.)
martedì, 22 aprile 2008

Massimo Gezzi sui poeti de La Gru

[in Porta marina. Viaggio a due nelle Marche dei poeti, Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggiero, PeQuod 2008]



Le Marche però -- l'abbiamo detto -- non sono più quel «prototipo del paesaggio idillico e pastorale» che Guido Piovene aveva visto nei primi anni Cinquanta. L'industrializzazione e la cementificazione delle periferie, per esempio, hanno abbrutito e degradato alcuni quartieri delle città-capoluogo. Un gruppo di giovani marchigiani, riunitisi attorno alla piccola ma combattiva rivista letteraria «La Gru» di Ascoli Piceno, ha scelto di non far finta che queste nuove realtà abitative o industriali non esistano. Le Marche, per la prima volta, diventano così anche luogo del degrado, dei detriti, delle scorie (e non è un caso che questi ragazzi abbiano voluto intitolare l'antologia on-line che raccoglie i loro testi Scorie contemporanee).
Ecco, per esempio, un'istantanea da una città (forse Ascoli) scattata dal giovanissimo Daniele De Angelis (Ascoli Piceno 1981) nel suo libro Diario di un altro (Otium Edizioni 2007): il paesaggio desolato e degradato dell'esterno risponde al senso di estraneità interiore che si prova nel rivedere dal di fuori un appartamento abitato per anni che ora invece ospita altre vite, altre storie:

Nel fossato le plastiche e le carte
un supertele e l'acqua della pioggia
è un filamento; gromma annegata.

Quando il tempo passato
dall'ultima volta è troppo,
dopo esserci vissuti anni
ed essersene andati, come giunte comunali
o studenti universitari,
la città le ossa mostra
già rinsaldate, coperte d'altra pelle
d'altri muscoli.

E sono in strada
in un parcheggio
come un perverso vicino
a vedere in una finestra altra gente:
di me non sanno niente
del mio esserci vissuto; neppure una traccia:
imbiancate le mura, ristuccati
i buchi, nuove sedie
fornelli nuovi, gl'infissi giuntati.

Come ad un appuntamento
fallito, finito in buca
mi fisso le scarpe
e le mani nelle tasche, umide
sulle chiavi strette.

Ancora più desolata l'immagine di un quartiere periferico di Ascoli che ci restituisce il più attivo e talentuoso di questi giovanissimi autori, cioè Davide Nota (Ascoli Piceno 1981). In una carrellata dall'alto al basso, Nota proietta anche nei «cieli bianchicci di cadavere», alla maniera del Baudelaire di Spleen, il degrado delle scorie di ogni tipo che inquinano i fiumi cittadini e quello della cultura, designato, con una metonimia, dalla selva di antenne che captano le frequenze di una delle televisioni più annichilenti e ignoranti d'Europa, quella italiana. Il titolo scelto da Nota per queste terzine incluse nel suo primo libro (Battesimo, Lietocolle 2005), Paesaggio, risuona dunque terribilmente ironico: le proverbiali colline marchigiane vengono metaforicamente assassinate dalle antenne-coltelli, in un atto di deturpazione insieme ambientale ed etica:

Paesaggio

Dentro cieli bianchicci di cadavere
scandite in lividi violacei e grumi
stanno le nuvole rapprese in croste.

Derivano nei fiumi cittadini
corpi d'ogni genere: decomposte
trote, straccetti trucidi, lattine.

Come coltelli ficcati nel ventre
delle colline indicano il niente
cartelli ed antenne televisive.

Alle «trote» e agli «straccetti trucidi» ascolani di Nota (non più rossi, come quello pasoliniano...) rispondono i «cefali» e i «plastici detriti» pesaresi di Stefano Sanchini (Pesaro 1976). (Di passaggio: il debito degli autori de «La Gru» nei confronti della poetica di Gianni D'Elia è indubbio e si rileva anche in fenomeni retoricolinguistici come l'inversione dell'ordine di nome e aggettivo che sia Nota sia Sanchini praticano: «decomposte / trote», «plastici detriti»). Con Sanchini siamo nel Porto di Pesaro (da Interrail, Fara Editore 2007), tra travi arrugginite e il cantiere in cui si costruiscono le navi. L'acqua del mare non è blu né scintillante, ma «oleosa» e torbida, una sorta di correlativo oggettivo del futuro sempre più incerto e precario dei giovani, che continuano a domandarsi con ansia come sarà:

Porto di Pesaro

Vecchi pescherecci semiaffondati,
un piccolo pontile stretto
neanche dritto
sorretto da travi arrugginite,
un mare nascosto da un muro di 2 metri.
Un viale alberato di barche a vela
e più in giù, il cantiere,
una petroliera in costruzione...
spesso ci siamo domandati
quale di queste sarebbe stata
la nostra vita
davanti a noi un'oleosa acqua
in plastici detriti,
forse ventri di cefali all'aria.
Fortunatamente quella sera,
non dovevamo tuffarci.

È Pesaro anche la boccioniana «città / che sale!» di questa poesia di Loris Ferri (Pesaro 1978), una minuscolizzata «pesaro nella nebbia» in cui una notte funebre come un sudario avvolge i barcaroli nella sua rete di buio, in una «luce di miniera». L'«oleosa acqua» di Sanchini qui diventa addirittura «un esercito di spurghi» che si accumulano all'angolo del molo, dove le gru (vero e proprio oggetto-feticcio per questi giovani) diventano «la voce disperata» di una città che, con un ossimoro amaramente ironico, «sale allo sprofondo». Il testo è tratto dall'antologia on-line Scorie contemporanee. I poeti de «La Gru» (
http://www.lagru.org/media/scorie.pdf).

[cala la notte nella sua rete di buio...]

cala la notte nella sua rete di buio
l'aria imbruna come una toppa sul lungomare.
che umore nero muove il tempo e quale
cerimonia funebre appieda i barcaroli...
un esercito di spurghi come lingue gialle
senza posa serpeggia all'angolo del molo;
di nuovo pesaro nella nebbia,
è una luce di miniera...
come serve del fango, le gru, nel porto
sono la voce disperata di una città
che sale! sale nella nebbia
nel suo passo funebre, sale allo sprofondo...

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martedì, 15 aprile 2008

Una lettera per ricominciare

«... ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.»
(Pier Paolo Pasolini, Alla bandiera rossa)


Potrei cominciare con il dire che avevamo bisogno di una Sinistra ROSSA - e non di un Arcobaleno.
Una Sinistra di lotta e speranza, intelligenza e passione, voce del nuovo Popolo degli ultimi, sfruttati e precari, call-centeristi e operai interinali, e anche una Sinistra di studenti, universitari o ricercatori senza futuro.
Una Sinistra umanista, capace di raccogliere le eredità intellettuali e sentimentali di Gramsci e Pasolini, una Sinistra capace cioè di intraprendere una lotta culturale, di popolo, contro l'egemonia ideologica della Società dello spettacolo globale e delle sue conseguenze pratiche quotidiane, nella vita individuale d'ogni giorno: nelle nostre esistenze separate dalle esistenze dei nostri fratelli e compagni, nella nebbia di indifferenza e demenza televisiva nella quale si è compiuta questa catastrofe.
Una Sinistra che il suo «straccio rosso», pur senza falce e martello, facesse di nuovo sventolare al vento della Nuova Storia, sopra i detriti del nuovo sfruttamento industriale e della paranoia esistenziale, come simbolo di rinnovata passione e speranza, come simbolo di una ritrovata, e battesimale, Unità di individui e cittadini liberi.
Abbiamo sbagliato tutto.
A partire dal simbolo, e dal nome, ostaggi entrambi di un gusto ipocrita e buonista, da "società civile americana", imposto dalla corrente dei Verdi all'intera coalizione.
La Sinistra europea sventola la bandiera rossa, e dalla bandiera rossa, comunista e socialista, dei nostri nonni partigiani e padri operai, dovremo ricominciare.
Abbiamo svolto una campagna elettorale fallimentare, tra banalità demagogiche, televisive, e comunicazione stantia, tra sloganismo sindacale novecentesco e buonismo ipocrita.
C'è bisogno di passione e di verità.
C'è bisogno di una nuova generazione che incarni nel cuore, nell'anima e nell'intelletto l'esigenza fisiologica di una Nuova Sinistra, che parli il linguaggio della realtà e della nuova Storia, che traduca Marx, Gramsci e Pasolini, nella lingua dei ragazzi di oggi e dei loro problemi politici, economici ed esistenziali.
C'è bisogno di ricostruire una grande famiglia, una vera Comune, che condivida ansie e speranze, sentimento e intelletto, poesia e responsabilità: cioè la necessità di una lotta seria, realistica, che costruisca e non solo venda, il sogno di un nuovo modello di esistenza comune.
Ricominciamo dalla nostra tradizione più estesa e condivisa, dalle nostre radici e non dallo spettacolo: riprendiamo in mano il nostro "straccio rosso".
A partire dal 25 aprile e dal primo maggio: tutti in piazza con le nostre bandiere.
Non c'è molto tempo, ma in questi pochi giorni cerchiamo di organizzare qualcosa, oppure partiamo per la manifestazione più vicina, oppure (se sarà indetta) per quella nazionale.
Socialisti, comunisti della Costituente e Comunisti della Sinistra unita, pacifisti, no-global, intellettuali critici: la prima reazione dovrà essere unitaria e di massa, contro il processo in atto di abolizione del termine "Sinistra" dal vocabolario della politica parlamentare e culturale italiana.
Cuciamole in casa, le nostre bandiere: sventoliamole in strada, appendiamole alle finestre.
Al di là dei simboli e dei partiti: dobbiamo ricominciare dal POPOLO della Sinistra.
La settimana che va dal 25 aprile al primo maggio, sia la nostra settimana di reazione e rinascita. Riempiamo le strade, le piazze: ricominciamo dalla realtà. Coraggio!

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mercoledì, 09 aprile 2008

Luca Ariano intervista Davide Nota

[Scritture in attesa, 9 aprile 2008]



1) A che età hai cominciato a scrivere poesie?

Dicembre 1995: a 14 anni, durante una lezione di Eneide del professor Tonino D’Isidoro, ho tracciato quattro versi etruschi, molto duri, di cui il quinario «tetra perdura» permane nella mia carne come una sorta di eco primordiale.
Ho preso invece atto di una vera e propria dipendenza, la necessità fisiologica di scrivere poesia, due anni dopo, dopo aver incontrato, per vie traverse e molto lontane dalla Scuola, la poesia di Arthur Rimbaud, che resta la mia “stella rosa”: «Ma no, non piange più la stella rosa./ In sogno sotto forma di ardennese/ ci dice che la fede fu corrosa/ da noi che convocati non partiamo.».
Ho centinaia di poesie adolescenziali, limpide e impubblicabili. Fu un anno di disperata ed emozionante ricerca, il 1997: avevo bisogno di un nuovo “linguaggio”, di un nuovo “sguardo” sul mondo e su me stesso.
Da bambino non facevo altro che ideare e disegnare storie a fumetti. Nella prima adolescenza provai con la pittura, poi con il graffitismo, poi con la fotografia, poi con il rap hardcore (avevo un album prossimo alla pubblicazione, di cui ricordo solo il verso «sotto un dio che è troppo in alto e chiamo invano»); niente da fare.
La scoperta di Rimbaud fu invece un’immersione irreversibile, un battesimo a nuova vita. Conciliò il mio latente amore per la musica classica (che ho frequentato e suonato per un lustro) e il mio profondo disprezzo nei confronti dell’ambientino. Potevo finalmente fuggire, in motorino; andarmene al fiume con la musica liberata sotto braccio. Poesia e fiume: davvero una “vita nova”.


2) A che età invece a leggere poesie e se la lettura è andata di pari passo con la scrittura?

Durante la prima malattia del mio primo anno di Liceo, sempre nell’autunno/inverno del 1995. Il grande professor D’Isidoro («o capitano, mio capitano!») mi aveva spalancato il cuore al mistero del fiume poetico esperendo il “risveglio” platonico, la “memoria” prenatale.
Dal mio letto chiesi a mia madre il favore di comperarmi un libro di Franz Kafka contenente il racconto “Il ponte”, che avevamo letto in classe. È poesia anche certa cosiddetta prosa.
In quei giorni divorai febbrilmente questa raccolta di brevi racconti dal titolo “Il messaggio dell’imperatore”.
Lessi, poi, Edgar Allan Poe.
Provai a scrivere in quei mesi due racconti: una storia d’amore dylandogiana, con incidente stradale-suicidio; e una novella noir, da Poe, su una strage della follia compiuta da un ragazzo difficile ai danni di un gruppo di studenti. E poi, come ho detto, i miei primi quattro versi etruschi: «tetra perdura»…
Qualche mese dopo mi feci prestare da un amico, conosciuto all’interno di un “collettivo giovanile” che andavo frequentando, il libro di Opere di Arthur Rimbaud. Avevo conosciuto il nome di Rimbaud grazie a Carlo Cannella degli Affluente, gruppo punk-hardocore ascolano, che aveva recitato Democrazia in uno dei primi lp. Questo perché, come dimostro ne “Il non potere”, la madonna appare in discoteca e non nella sinagoga.
La seconda malattia del mio primo anno di Liceo fu dunque dedicata alla scoperta di Arthur Rimbaud; il mio febbrile battesimo alla Poesia: «E il poeta brillo insultava l’Universo…» (Rimbaud).
Il mio primo testo poetico risale al giugno del 1997, a seguito della repressione poliziesca e familiare di una tentata, sgraziata, fuga in treno.
Si titola “Vomito” e si tratta di una prosa magmatica, espressionista e allucinatoria, piena di visioni, di errori, di cadute di stile e di crudeli ragionamenti sulla mia condizione di rivolta esistenziale frustrata. Ho promesso al me stesso di 15 anni che questa testimonianza non andrà perduta. Può contarci.


3) Quando hai deciso di “metterti in gioco” pubblicando poesie?

A diciassette anni ho fotocopiato cinquanta copie di una brevissima plaquette di poesie simboliste, piene di fiumi, foreste e visioni orfiche. Avevo letto nel frattempo tantissimi altri libri di poesia, quasi tutti tra Ottocento e primo Novecento. La prima quasi-recensione ricevuta nella mia vita è stata una lettera privata, da poco ritrovata, inviatami nel 2000 dal mio caro amico Ivan Paolini, disegnatore e fumettista prematuramente scomparso nel 2004. Così scriveva: «… leggere le tue poesie mi ha catapultato all’indietro di 6 anni. A quella primavera-estate del ’94. Quando respiravamo un’aria diversa. Quando ci credevamo. Io non ricordo bene in che cosa, ricordo solo che era un periodo in cui il mio cervello macinava pensieri e non so perché ma tutto era più magico. Per carità, non sono in grado di giudicarti, non so cosa distingue una poesia da un sonetto o da un sonaglio, ma credo di essere in grado di capire se una cosa mi piace o no. Le cose che hai scritto mi piacciono e tanto. Sono di una semplicità disarmante, sono sussurri. Sussurri che sotterrano l’altisonanza arrogante e ostentata di chi urla la propria mediocrità. Bravo Dado». Grazie Ivan.


4) Come hai scoperto riviste e ti sei interessato al panorama poetico nazionale?

Avevo conosciuto nel 1999 Gianni D’Elia, ad Ascoli in lettura del “Congedo della vecchia Olivetti”, a cui avevo consegnato alcune delle mie nuove poesie. Avevo ricevuto in risposta una bella e dolce cartolina, incoraggiante, con il suo indirizzo allegato. Passarano due anni, tra i primi reading cittadini e i sogni di una vita votata all’arte; poi il primo anno universitario, l’omologazione delle infanzie, la “separazione” degli amici tradotti in “ruoli”: «Chi ha tradito? A chi è data la disfatta?/ Amici lontani, infedeli…». Fu una primavera sgomenta.
Il fiume si copriva di rovi («Ma dove per l’origine? Il passaggio / non lo si trova più»), partecipavo immobile al suo soffocamento sociale, alla sua traduzione in “gocciolio” («Nel cesso a gocciolio ridotto il fiume / si fa calcare, / come la poesia...»).
Scrissi nel 2002 la mia prima lettera a Gianni; semplicemente: il mio cuore messo a nudo. Chiesi “aiuto”, nel naufragio dell’isolamento giovanile, provinciale, storico, esistenziale, nel quale andavo affogando.
La sua telefonata, fraterna e cristiana, non si fece attendere: questo è un Poeta.
Io avevo bisogno fisiologico di poesia e di sincerità, in un mondo di carriera, ipocrisia e tradimento che mi stava crescendo attorno come una cancrena della bellezza, e nell’affetto di Gianni trovai rifugio e comprensione. La differenza tra un poeta e un letterato mi fu lampante: dove il secondo irride, il primo accoglie. È la differenza incolmabile tra amore e ruolo, tra santità orfica e carrierismo individualista.
Ebbi da lui i primi nominativi da contattare: Atelier, ClanDestino, il Centro di Poesia Contemporanea…
Nel 2003 ebbi l’onore, con gli amici Daniele De Angelis e Riccardo Fabiani, con cui avevamo fondato una piccola rivista cittadina, di incontrare il maestro Roberto Roversi, nella storica libreria “Palmaverde” di Bologna. Il magma che fuoriusciva dal suo fiero sguardo di santo guerriero mi travolse. Era la forza della Storia.
Mi disse: la parola è pietra incadescente, tu scava fino a dissanguarti, fino allo svenimento. Parlammo di Settecento, di Officina, di rivolta umana contro la schiavitù del lavoro capitalistico. A seguito di quell’incontro pubblicò una selezione di miei testi su “L’informatore europeo”, e mi incoraggiò non poco, a voce e per iscritto, a proseguire la stesura di quello che sarebbe poi divenuto il mio “Battesimo”. Grazie maestro.


5) Come definiresti la tua poetica?

Nient’altro che “Poesia classica”, cioè sperimentale ed anti-classicista. Musica, vita. In ogni sua forma: spirituale e fisiologica, analitica e percettiva. I generi non mi interessano perché la poesia unisce quel che la critica letteraria vuol “separare”. «Accolgo tutto, accetto tutto» (Esenin).


6) Che ruolo ha per te il poeta oggi nella società contemporanea e nel panorama letterario nazionale ed internazionale?

Il ruolo della macchietta da confinare in riserve comunali e parchi protetti.
Oppure il ruolo del Piersanti, cioè del professore universitario simpaticamente tollerato dall’ambientino. Ho già scritto che l’oltraggioso pubblico della poesia, composto da benevoli parenti e assessori affamati di pizza al formaggio, va preso a tartine in faccia, altro che bouffet. Il format casual con aperitivo e apparizione del topico sassofonista jazz, è un oltraggio all’umanità.
Per non parlare di quella pagliacciata dello slam-poetry: umiliante, linguisticamente e culturalmente. Come il “Prologo” de “I pagliacci” di Leoncavallo, il poeta chiede permesso, si traveste da altro, chiede scusa di esistere… in attesa del miracolo di San Maurizio Costanzo.
Oggi un poeta secondo me ha il solo dovere di essere radicalmente fedele alla propria umanità oltraggiata dal presente storico e culturale. Altro che fare la parte dell’inserito, cattolico mangione o fighetto di sinistra…


7) Come vedi il fenomeno dell’editoria a pagamento? Cosa consiglieresti ad un giovane?

È parte del ciclo delle umiliazioni che deve subire un giovane umanista (cioè: un reietto) oggi in Italia. Al punto che siamo è la realtà dei fatti, oggettiva e ingiudicabile. Non è colpa degli editori, che sono anche loro vittime di un sistema che deride e disprezza la poesia. Se vuoi pubblicare un’opera prima devi assicurare l’acquisto di alcune copie. Per avere dei soldi devi lavorare in un call-center. Ma se lavori in un call-center non hai più tempo per il lavoro della scrittura, che necessita di tempo e di silenzio. Se decidi di licenziarti per tornare alla “missione” ti traduci in un oltraggio all’utile economico, in un ridicolo peso. In entrambi i casi, la soluzione più semplice sarebbe forse quella del suicidio, che ho più volte fantasticato. Certo, sarebbe molto meglio ribellarsi; reinventare la vita. Ma dove sono i fratelli? Io resto in attesa.
Ad un giovane scrittore non posso consigliare niente. Se ha i soldi, paghi pure la pubblicazione; altrimenti la fotocopi e rileghi a mano. Che importa?
Al di là di questo, dovremmo unirci e ridare vita alla lotta culturale, alla critica estrema ed assoluta dell’ideologia post-moderna del profitto e dell’omologazione utilitaristica che ci ha condotti al punto in cui siamo; alla contestazione severa di chi ne è stato, volontariamente o meno, responsabile o vile connivente: compresi tanti intellettuali, culturalmente colpevoli. Di quanti suicidi si sono macchiati? Di quante irreversibili disperazioni? Ribellarsi alla cattiveria dei nuovi borghesi, «mediocri assassini» (Salvatore Toma). Rifondare in qualunque luogo l’utopia dell’amore cristiano e comunardo.


8) Cosa consiglieresti ai giovani, rispetto all'opportunità di pubblicare a pagamento: di aspettare? A quali canali rivolgersi?

È un falso problema. L’opera è una e sempre postuma.


9) Quali sono stati i tuoi maestri poetici e letterari e chi consiglieresti imprescindibilmente ad un giovanissimo/a ragazzo/a che si affaccia alla poesia?

Il primo santo è stato Rimbaud; e potrebbe bastare.
Il secondo, enorme maestro: Pasolini. «Pasolini è morto per te,/ preso a bastonate per te…» (Baustelle).
Charles Baudelaire, il grande.
Ugo Foscolo!
In vita: Roberto Roversi, Gianni D’Elia. E anche: Milo De Angelis, Eugenio De Signoribus.
Poi il fratello dello specchio rotto, Sergej Esenin.
Sergio Corazzini, Guido Gozzano.
Dario Bellezza.
Vittorio Sereni. Sandro Penna.
Eschilo. Carmelo Bene.
La Winterreise di Schubert. La musica rinascimentale.
Masaccio. Caravaggio.
Otto Dix. Trakl.
Dino Campana.
Ripeto: sono stato guidato dalla “Poesia classica”, cioè sperimentale ed anticlassicista.


10) Il labor limae che ruolo ha nella tua poesia? Credi all’editor o preferisci sempre avere tu l’ultima parola sui tuoi versi?

Editor? Non scherziamo.
Il labor limae è levigare la materia fino alla perfezione espressiva. Ogni errore deve essere coincidente, ogni cola prevista. Ad occhi chiusi percepire l’adiacenza assoluta tra esigenza ed opera.


11) Come vedi il fenomeno internet e blog per la diffusione e la pubblicazione di poesia?

Non mi interessa. È un falso problema.


12) Che consigli daresti a chi vuole far conoscere le proprie poesie e pubblicare?

Come dicevo prima, l’opera è una e sempre postuma. Dunque in vita che ognuno faccia pure quel che si pare. Che giochi alla pubblicazione, che sbagli, che si faccia male, che si penta…
«Forse perchè tu vivi adagio, costeggiando/ non puoi capire, è inutile,/ l’urgenza di sbagliare,/ quando di notte scivola la pietra/ e la scelta è quale spalla/ fratturare, nient’altro.».
L’importante è capire che tutto questo è solo un gioco.


13) E’ stato difficile per te fare conoscere le tue poesie? I canali principali che hai usato?

Non bisogna sprecare tempo dietro a redazioni o istituzioni. Se ne ricava ben poco. Molto più utile è presentarsi di persona, consegnare a mano il manoscritto, il libro. Guardare negli occhi.
Trovo tuttora molto difficile fare conoscere le mie poesie. Sinceramente credo di non avere ancora cominciato.
È un eterno battesimo…

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Chi sono

Utente: davidenota
Nome: Davide Nota
Nato nel 1981 a Cassano d'Adda (MI) da padre lucano e madre marchigiana, risiede dalla prima infanzia ad Ascoli Piceno. Si è laureato in Lettere moderne con una tesi sulla "Nuova poesia italiana". Redattore de "La Gru", ha pubblicato i libri di poesia "Battesimo" (LietoColle, 2005) e "Il non potere" (Zona, 2007). Dal 2008 abita a Roma, dove si occupa di giornalismo politico e culturale.


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