Carta sporca

blog di poesia impura (a cura di d.n.)
mercoledì, 20 febbraio 2008

Non ancora trentenni. I poeti nati negli anni '80 su "Nuovi argomenti"

Il n.41 di "Nuovi argomenti" (gennaio-marzo 2008) si apre con una sezione monografica dal titolo "Non ancora trentenni" dedicata agli autori, narratori e poeti, nati negli anni '80.
I poeti selezionati sono sette: Silvia Avallone, Luca Colafrancesco, Marco Gatto, Menotti Lerro, Davide Nota, Carla Saracino e Matteo Zattoni.

Per quanto mi riguarda, i testi pubblicati sono tre inediti (una lirica e due poemetti) che saranno inclusi in una futura edizione aggiornata de "Il non potere".

Recita l'editoriale, a firma di Carlo Carabba, che precede la scelta antologica:

I poeti qui presentati (come i narratori che li precedono) sono riuniti secondo un criterio anagrafico, e in quanto tale volutamente e costitutivamente arbitrario: essere nati negli anni '80. Se i maggiori per età (Zattoni, Nota) sembrano avere una fisionomia poetica già ben formata, il percorso di altri sembra ancora in fieri, e non si può escludere che porti alcuni di loro verso altre strade, la narrativa, la critica magari. Eppure nelle reciproche differenze si possono trovare delle caratteristiche comuni, che lasciano ben sperare.
Volutamente sordi alle sirene delle avanguardie divenute maniera, liberi dalle pastoie di certi sperimentalismi, in tutti si ravvisa un'urgenza del dire che non si traduce in una spontaneità irriflessa ma in un discorso poetico coerente, senza paura di esprimere un pensiero, una riflessione (Gatto). Tra le tematiche più ricorrenti gli affetti, l'amicizia più che l'amore, la famiglia; anche l'esperienza politica è filtrata attraverso l'esperienza personale, si incontrano nei versi eventi lontani (la battaglia di Dresda) e vicini (Falluja), con prospettiva sempre individuale, mai realmente corale.
Colpisce poi l'adozione, in tutti i poeti qui raccolti, di uno stile medio; alle evoluzioni e involuzioni sintattiche di una certa poesia che li ha preceduti, preferiscono un andamento regolare. Interessante il recupero che fa Colafrancesco dei versi ritmicamente serrati, non disdegnando rime e assonanze, e l'esperienza del metro è ben presente, ad esempio, anche in Gatto e Nota.
In generale mi pare che questi poeti non ancora trentenni tradiscano il desiderio di essere letti, il che, al giorno nostro, è dote assai preziosa, e per niente scontata.
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lunedì, 04 febbraio 2008

La sputacchiera e il santo

[in La convalescenza, Augusto Amabili, Fara 2008]



Conosco i luoghi e i tempi che hanno incubato e visto nascere questo «primo vagito» poetico: sono gli squarci notturni di un piccolo paese della Vallata del Tronto, Spinetoli, in provincia di Ascoli Piceno. Sono i suoi bar deserti oppure, il sabato, colmi di una disperata allegria. Sono le sue strade melanconiche, immerse nel silenzio feriale, oppure invase fino all’alba dalle etrusche grida degli ubriachi. Poeta autodidatta, istruitosi da sé alla grande poesia degli eretici del Novecento, da Dino Campana ad Allen Ginsberg, da Jean Genet a Dario Bellezza, da Sergej Esenin a Salvatore Toma, Augusto Amabili si inserisce naturalmente in quella famiglia di poeti e di artisti per cui scrittura altro non può né vuole essere che una solitaria forma di rigetto e assieme sete di vita: «Voleva partire. Mai ci eravamo piegati a sacrificare alla mostruosa assurda ragione…» (Dino Campana).

Parrà certamente di cattivo gusto, nel panorama civilizzato della poesia italiana contemporanea, il riferimento a questo “Non-canone” incivile e irragionevole. Benissimo, perché la poesia di Augusto Amabili nasce con convinzione nel ventre inquieto di questo cattivo gusto. Essa germina con impura innocenza tra le cementizie fronde della “dopo-Storia”, dalle reclusioni casalinghe del dopo-lavoro, in fabbrica, ai riti sciamanici del fine settimana. Conosco bene le bevute e gli abbracci, e le poesie passate o lette, o scritte, a tarda notte nei pressi di un bancone. Conosco la violenta grazia di una fede reinventata in questi luoghi di lacrime e silenzio, la necessità fisiologica di iniziarsi al musicale oltraggio della “poesia impura”. E se il rischio del maledettismo è sempre in agguato, Augusto Amabili sa dribblarlo con disinvoltura, con la grazia con cui, ammettendo che «anche questo è bluffare», alterna a tutta una serie di posture liriche o anche classiche, uno slang informale con cui si rivolge direttamente al lettore: «tu ci sei dentro», «ciao», «troia», «te lo giuro», «per favore», «questo intendo».


La convalescenza
è il taccuino personalissimo di questa “iniziazione”, e pure di un “viaggio” (per tornare al nostro Dino Campana, ma anche al Non per chi va di Gianni D’Elia – libro molto amato da Augusto), tra le ombre e gli spettri di una “notte” vissuta ed interiorizzata in quanto “assenza”, “mancanza” e “malattia”; dalle “prime ossessioni” serali alla finale “alba”, che rapisce e pure denuda. Nei gironi di questo piccolo inferno di provincia, Augusto Amabili è il dannato che prende la parola dall’interno di un pantano ardente. Egli così può e sa dimostrarci, per dirla con le parole di Roberto Roversi, che «non sempre nell’inferno c’è soltanto il fuoco». Fuor di metafora, questa plaquette prima è il resoconto interiore di un’esperienza del tutto extra-letteraria: la vita di un giovane uomo nato nel 1976 in un piccolo paese sud-marchigiano e qui disordinatamente cresciuto fra scuole tecniche mal frequentate, lavoro in fabbrica, isolamento e disagio giovanile. La convalescenza è la presa d’atto, poetica e dolente, di questa condizione esistenziale: «molto è dovere, intorno, feste d’ubriachi. / con esse adagio la mia colpa scorre / o corre via con l’origliare dei salvati».

E pure Augusto ama il fango in cui sprofonda. In questa irrisolvibile contraddizione originaria, l’«osceno» «mostruoso» del “reale” viene classicamente ritmato in calchi lirici che, sebbene soggetti a continue frane e smottamenti formali, sanno rendere il materiale poetico – gli umori diretti di un’umanità randagia ed orfana – con una sorta di pre-civile, selvatico, candore. Ha già scritto di questi testi Gianluca Pulsoni: «Pieni di livore compassionevole, secco, bruciante, pieno di errori, di digressioni, di “cadute di stile”, questi versi sono il sangue stillato di una creatura che vive in un marasma di impoeticità, capendo e carpendo tutto: sapendo che ogni gesto è lì!» (Carta sporca, ottobre 2006). Ed è proprio questo magma, questo fiume lavico di umori e di visioni, il segno più intenso che questa neonata poesia, genuina e pure oscura, innamorata e pure sporca, sa donarci. Essa ci offre cioè l’opportunità di sapere quali misteriosi eventi, quali miracoli, possano accadere nel tragitto che separa il «bancone tarmato» di un bar dal distributore delle sigarette: nel «punto dove una sputacchiera / battezzò il santo».

Se prima non lo sapevamo, adesso possiamo saperlo; e di questo dovremmo essere profondamente grati alla poesia di Augusto Amabili.



Puoi trovare il libro di Augusto Amabili qui

postato da davidenota alle ore 12:58 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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Chi sono

Utente: davidenota
Nome: Davide Nota
Nato nel 1981 a Cassano d'Adda (MI) da padre lucano e madre marchigiana, risiede dalla prima infanzia ad Ascoli Piceno. Si è laureato in Lettere moderne con una tesi sulla "Nuova poesia italiana". Redattore de "La Gru", ha pubblicato i libri di poesia "Battesimo" (LietoColle, 2005) e "Il non potere" (Zona, 2007). Dal 2008 abita a Roma, dove si occupa di giornalismo politico e culturale.


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