[La Gru, 19 dicembre 2007]
Poesia informale, orale, magmatica, tendenzialmente poematica, quella di Simone Lago, nato nel
Puoi trovare l'articolo con le poesie qui
[Alessandro Ramberti, La Mosca di Milano n.17, dicembre 2007]
[La Gru, 10 settembre 2007]
«L’arte è sempre legata a una determinata cultura o civiltà, e, lottando per riformare la cultura, si lavora a creare una nuova arte, perché si modifica tutto l’uomo» (Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale). In un momento di tabula rasa della nostra storia e cultura nazionali, sarà senza dubbio importante cercare una via d’uscita da questa fase di permanente imbarazzo intellettuale, tornando, con senso di responsabilità ma non privi di un certo orgoglio sentimentale, sopra le due tradizioni che sono risultate sconfitte dal processo storico che chiamiamo post-moderno e che non è altro che la schiacciante vittoria delle alienazioni dello spettacolo neo-liberista sopra la popolazione mondiale (cfr. Guy Debord, La società dello spettacolo). Le due tradizioni sopra cui torneremo saranno la tradizione platonico-cristiana e la tradizione umanistico-marxiana (valga per l’Italia il compendio Gramsci-Pasolini).
A muoverci non è affatto una nuova forma di passatismo. Sappiamo bene come la tradizione abbia bisogno di una continua forma di traduzione e saremo qui pronti a contraddire ogni aspetto non più attuale dei sistemi di pensiero cui faremo riferimento così come a confrontarli con le pagine delle filosofie contemporanee. Abbiamo però la sensazione che le nostre radici nazionali e popolari non siano affatto implose da sé, come l’usignolo dell’epoca vuol farci intendere, ma siano piuttosto state soffocate dalle polveri degli attentati terroristici e mass-mediali. Abbiamo insomma la sensazione che un discorso in atto, quello per intenderci della costruzione di una cultura nazionale su basi popolari, sia stato deliberatamente interrotto. Ad ogni modo occorre comprendere come la “nuova cultura” non sia stata in realtà altro che una “interruzione della cultura”, un momento insomma esclusivamente negativo. Su queste pagine, a partire dai documenti della «Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulla mancata individuazione dei responsabili delle stragi», ci occuperemo di questa delicata pagina della vita nazionale, convinti che risieda anche nella consapevolezza storica il rimedio a tale interruzione.
Non basta. Siamo convinti che l’esperienza del mistero, dunque ogni aspetto più autenticamente religioso dell’esistenza, in quanto parte integrante della vita del soggetto non possa in alcun modo essere escluso dal sistema di valori cui idealisticamente miriamo. Questo significa che una nuova “filosofia della prassi” non potrà di certo aprioristicamente negarsi all’esperienza non analitica, che se pure in contraddizione con le leggi conosciute o conoscibili del mondo fisico resta pur sempre una scoperta socraticamente pratica, tanto più che oggi la stessa nuova fisica si appresta a scardinare definitivamente le porte residuali dello scetticismo positivista o vetero-marxista (cfr. Paul Davies, La mente di Dio; Dio e la nuova fisica). Così come già in Pasolini: «Si tratta [..] di dare maggiore o minore peso alla propria filosofia di origine illuministica o positivistica: o addirittura di accettarla o no. O perlomeno di discuterla e aggiornarla, visto che la stessa scienza ha superato certe posizioni scientifiche dell'Ottocento e del primo Novecento. Comunque tutto questo proceda, due cose permangono certe: 1) Una filosofia atea non preclude il rispetto per la religione. 2) Una filosofia atea non è la sola filosofia possibile del marxismo.».
Questo è il nostro nuovo impegno, la nostra nuova militanza. Ricostruire il bagaglio culturale che ci è stato negato, a partire dai testi di De Sanctis, Croce, Gramsci, Vittorini, Pasolini;
[Atelier n.47, settembre 2007]
Se dovessimo individuare un tema dominante le prime tre raccolte della giovane poetessa finlandese Johanna Venho (1971) parleremmo senza dubbio del senso di sospensione di un corpo femminile tra evento naturale e costruzione antropica. A questo lavoro “antropologico” sulla riduzione culturale del dato di natura («legge appuntita»; «casa a forma d’uomo») s’accompagnano poi i temi tipici della poesia femminile europea: maternità come metamorfosi, sensualità come compito, scarto tra mondo interiore e possibilità espressive. Eludendo un esclusivo discorso di genere
[...] Mi pare prima di tutto un libro pieno di coraggio, e lo dico senza falsa retorica. Un libro che personalmente mi è difficile leggere, che mi fa male e mi crea malessere, rifiuto e anche dolore - come se qualcuno mi spingesse forzatamente un dito in gola per farmi star male. E penso che questa sensazione sia un dito in gola anche al canone italiano, alla sua ristrettezza fisiologica e alla sua schifiltosità difensiva e immunitaria. Questo per me è un motivo di merito del tuo lavoro. Soprattutto perché tu non rifiuti semplicemente la tradizione ma la costringi, proprio con quel dito spinto nelle viscere della gola, dove si forma la parola, ad un soprassalto, a delle convulsioni, e magari anche ad un salutare e liberatorio rigetto.
Il tuo non è assolutamente un libro innocuo, che si possa leggere con distacco letterario: è un lavoro con cui bisogna assolutamente fare i conti, quasi in maniera fisica, patologica e somatica. Il suo stridore dimostra che non è un libro “riuscito”: e questo è la sua condanna ma anche la sua gloria. Ci sono, a mio parere, ancora delle ingenuità e anche delle cadute di tono, soprattutto dove la forzatura risulta meno naturale (ma forse anche questo mio concetto, del tutto innaturale, di “naturale”, dipende dal dna del nostro canone nazionale); ma la strada che stai percorrendo mi sembra di grande importanza: finalmente il progetto è quello di una apertura che non cerca facili contrapposizioni frontali (è appunto un “non-potere”), ma che lavora dall’interno, cercando, mi pare, di riunire nuda vita e forma di vita mediante quella “potenza del pensiero” (ecco ancora che ritorna il potere) che mi ricorda in qualche modo le categorie agambeniane degli ultimi anni.
Finalmente un libro in cui l’estremo controllo formale non è puro gioco postmoderno sulle forme, e nemmeno atto mortuario e restaurativo, ma che nello stesso tempo ha il coraggio e la pretesa altissima di un corpo a corpo con queste problematiche – che le attraversa, che magari a volte le subisce, ma sempre in prima persona, in una lotta piena di odio e di amore.
Insomma, non volevo dirti che il tuo libro “mi è piaciuto”, perché non sarebbe vero e soprattutto non sarebbe un complimento. I libri dovrebbero avere questa capacità di creare malessere. Mi ricordo un appunto del taccuino di Campana, che diceva, più o meno così: “Letteratura italiana. Industria del cadavere. Vado alla latrina e vomito”. È questo che ho provato. E per me questo è molto davvero. [...]
[Andrea Ponso, 2 agosto 2007]
Servito!
Quale effetto sorprendentemente positivo si possa ottenere mixando poeticherie e kitsch, slang e storture sintattiche improvvisamente letterarie, con forte senso plastico della parola e urgenza espressiva che abbraccia e torce anche la schiettezza giovanile, lo si apprende leggendo Il non potere di Davide Nota, ventiseienne marchigiano che alza la posta sul tavolo della poesia con questa sua precoce operetta seconda, manco fosse uno scafato giocatore. Vien proprio da pensare che il suo sguardo fissi, sulle carte pescate nel mazzo, qualcosa di importante: non è sicuramente un baro, non può permetterselo, non avendo crediti acquisiti da amministrare con furbizia. Da qui il moto naturale di simpatia che viene nei suoi confronti e il desiderio di concedergli credito, per vedere come andrà a finire la partita.
La sua voglia di rischiare gli rende onore: sa pure lui che qualche carta di questa mano dovrà cadere senza sortire particolari effetti (fuori di metafora: nelle evoluzioni del libro il volo radente talvolta si trasforma in riposante passeggiata nei territori della prosa-prosa, persino stereotipata e griffata con qualche tic orale smaccato: «Così a Nicola lo metteranno dentro. / Spaccio di eroina, tentata strage. / Lui dice due anni al fresco cosa vuoi che siano / non è che ci sia granchè da fare in città…»; e i toni eroici e lirici possono stemperarsi anche in bonarietà crepuscolare: «La ricalcammo con il gesso alla lavagna / ed erano ultime le giornate di scuola / e le villanie da teppisti improvvisati / contro i soprusi del professor Donati…»), però qualche figura emblematica, in ciò che tiene in mano, c’è sicuramente. Basti pensare allo scarto che lo caratterizza, dentro un lessico e movenze prosodiche assai prossime a quelle di Gianni D’Elia: maggiore inquietudine formale, maggiore umiltà nell’accordarsi a tutta una linea poetica (che basti qui definire pasoliniana per rendere l’idea) senza autoinvestiture sociali (sebbene l’invettiva sia nelle sue corde e il suo dire si incarni prepotentemente nel tessuto della nostra Italia sempre più derelitta e imbarbarita), resistenza allo scivolamento manieristico in un dettato più scabro e sbalzato, che resta insomma lavico… Indice, tutto questo, paradossalmente, di qualcosa di acerbo e di risaputo nello stesso momento, che lo guideranno, c’è da crederci, verso timbri sempre più personali. Del resto, è sufficiente lo slalom (anche spontaneo, non calcolato) compiuto fin dai primi due testi per dimostrare la sua capacità di svincolarsi dai paletti che il critico vorrebbe malignamente fissare per darsi un appiglio: l’attacco “illude a” una situazione magrelliana di conchiusa autoanalisi (La doccia) e invece Nota evita (nel senso che dà per scontato: non c’è rimozione sospetta) il corpo dell’io per dare corpo agli altri e al mondo, in una rapida e ampia rassegna di triti indizi (rubinetti, peli, cessi, pacchetti di preservativi…) legati però assieme con il duro refe di rime e ritmi per scandirne la poeticità, anzi per inchiodare il mondo, così dispiegato come un’offerta sacrificale, al legno della poesia. Il secondo componimento, invece, ci invita ad accogliere il peso di un eclatante riferimento alla cronaca (Genova), ma inopinatamente, tra questure, ossa fracassate e bandiere, non fa che raccontarci l’apparizione di una «lupa / noglobalina», regalandoci un microracconto d’amore.
Dunque già adesso, non si dubiti, la poetica della contaminazione di Davide Nota raggiunge effetti ragguardevoli: la cocciutaggine con cui continua, dal «No» che apre la raccolta al «vero» che la chiude, a gettare addosso al lettore manciate di fangosa realtà, finisce per avvincere, per divenire amorosa litania.
[Marco Merlin, Atelier n.46, giugno 2007]
[giugno 2007]
LN: Ritieni che Umberto Saba possa essere considerato uno dei poeti maggiori del Novecento italiano?
DN: Assolutamente sì.
DN: Credo che l’opera di Saba rappresenti una delle più importanti svolte estetiche per la poesia italiana dell’intero novecento: uno scarto profondo e radicale dal canone tardo-simbolista oramai di maniera, operazione maturata ben una generazione prima dell’ultimo “colpo di coda” del metodo simbolista rappresentato in Italia dall’ermetismo, reazione ben più forte e lungimirante dell’antidannunzianesimo crepuscolare (che in realtà rappresentava la nostalgia nei confronti di un piccolo mondo borghese liberale, dunque una regressione; mentre Saba va avanti, supera positivamente l’ideologia e l’epoca: guarda già al popolare come superamento dell’aulico pre-imperiale) e ancora avanguardia anche di fronte all’antiletteratura del neo-realismo, in nome di quel che Pasolini chiama “realismo sentimentale”: un metodo in cui la “tradizione” (formalmente e linguisticamente semplice, musicale, dal tono basso) si nutre di realtà complesse e le traduce in cultura popolare, metodo attraverso cui qualunque contenuto, foss’anche anarchicamente anti-tradizionale, si fa tradizione, dunque valore semplice condiviso. È in qualche modo l’inizio di quel superamento del dualismo (poetico-impoetico; tradizionale-antitradizionale; sublime-popolare) che continuerà in diversi modi, soprattutto con Penna e Pasolini, e che rappresenta secondo me la conquista più importante del secondo novecento.
DN: Il canzoniere (1900-1954).
DN: Lessi “Città vecchia” al liceo e ne rimasi innamorato. Allora comprai una selezione antologica del Canzoniere anche se non seppi subito razionalizzare questo amore impulsivo e lo relegai ad una forma di semplice “poesia di contenuto immediato”. Poi avanzando con gli studi, didattici e autodidattici, leggendo soprattutto i saggi di Pasolini e riflettendo sulla definizione di “anti-novecento”, ho deciso di studiarne l’intera opera poetica e, assodata la profonda “consapevolezza” dell’autore, mi sono fatto l’idea precedentemente espressa. Nel mio iter scolastico, liceale e universitario, è stato invece completamente svalutato.
DN: Il punto di forza, che ne decreta, a mio avviso, l’assoluta riuscita estetica, è la naturalezza con cui mette in scena, mediante una forma tradizionale semplice (la canzone), un flusso sentimentale profondamente contraddittorio e talvolta anche violento. In questo modo la forma rasserena apollineamente la lettura e permette al lettore di aprirsi sim-paticamente ad un significato affatto lineare. La delicatezza lirica, non apertamente rivoltosa ma non per questo meno incisiva di un’avanguardia, con cui opera un ampliamento “definitivo” dei contenuti della tradizione italiana. La capacità insomma, per dirla con le parole di Mandel’stam, di cantare la psicoanalisi come un tempo si sarebbero cantati gli usignoli.
La debolezza, se così si può chiamare, la trovo in talune liriche d’amore in cui non trovo al momento nessuna grandezza particolare e che relego a produzione di minore importanza. Ma è fisiologico ed anche bello che un libro abbia testi forti ed intermezzi.
DN: Potrei citare, da “Malinconia amorosa”, che ha secondo me un’importanza baudeleriana: «chi a cogliere i tuoi frutti / ama l’ombre calanti, i luoghi oscuri, / lento cammina, va rasente i muri, / non vede quello che vedono tutti, / e quello che nessuno vede adora.», o anche da “Il torrente”: «Non hai, ch’io veda, margine fiorito. / Dove ristagni scopri cose immonde.». È la tradizione poetica che si spalanca all’impoetico, al “mondo intero”, l’inconscio che emerge senza doversi camuffare in sogno o in estasi religiosa. Dall’allucinazione espressionista del lampo di Pascoli (metafora della paura, del battito di ciglia) allo sguardo continuo, ad occhi aperti.
DN: Non la conosco minimamente.
DN: Tutto quello che ho detto e che ne fa non solo un importante autore tra altri importanti del novecento ma un autore “fondante”, che ribalta il secolo e la cultura nazionale: di un’importanza paragonabile forse a quella di Baudelaire per
DN: Credo di sì, soprattutto nel Saba filtrato da Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini e Dario Bellezza, in alcune quartine o terzine in cui l’osceno entra in scena con naturalezza classica, cioè senza sensi di colpa: il metro tradizionale che giustifica l’ingiustificabile. È l’operazione di cui parla Nietzsche: l’apollineo come rivelazione del dionisiaco. In generale Saba mi ha insegnato come la tradizione sia sempre contemporanea, e come essa abbia bisogno di reincarnarsi divorando il nuovo impoetico, così ho imparato a battezzare a suon di endecasillabi e di rime la “cementizia grazia”, a violentare il dualismo cattolico attraverso la legittimazione armonica del reale, mantenendo al contempo una costante ambiguità tra “elevazione musicale” dell’oggetto e “abbassamento contenutistico” della musica, perché eludendo il rischio di una nuova mistificazione quello che ne risulti sia la presa d’atto, sentimentale, dell’oggetto crudo. Per un progetto poetico come quello che tento, molto attento al tema della “distorsione” del reale e dello sperdimento, Saba è un punto di riferimento forte che mi obbliga al contrappunto e allo smascheramento costante delle tentazioni orfiche. Diciamo che all’origine della mia poesia ci sono Saba e Campana che se le danno di santa ragione.
DN: Gianni D’Elia è probabilmente il più importante erede del metodo “sabiano”. La stessa critica che in qualche modo ridimensiona il poeta di Trieste, non comprende neppure molto l’operazione di D’Elia, scambiando delle volontarie aperture al “parlato semplice”, popolare o anche “raso-terra”, come carenze e non come “scelte”: è un’assurdità che non sta in cielo né in terra. L’operazione di D’Elia è quella di radere al suolo la distanza tra cultura alta e basso parlato comune, oltre che quella di non cedere ai nuovi purismi contenutistici (vedi il rinnovato concetto di impoetico). Ma in realtà non si raccoglie il magistero per fermarsi: la tradizione non si ripete ma si reincarna per oltrepassarsi, in vari modi e direzioni. D’Elia in questo senso è già andato oltre, e Saba è una voce tra le tante del suo poema polifonico.
DN: In un momento di grave restaurazione della “letteratura alta” è un autore essenziale da cui ricominciare, assieme a Baudelaire, Rimbaud, Penna e Pasolini.